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LA VALENZA PASTORALE DELLA CARITAS IN ITALIA
L’azione pastorale della Caritas in Italia è per molti aspetti ancora poco nota, o conosciuta in maniera incerta e nebulosa. L’idea diffusa è quella dell’associazione di volontariato, dell’ente di assistenza, dell’organizzazione per l’intervento in emergenza. E’ ancora da illuminare compiutamente, anche all’interno della stessa Chiesa, il ruolo di organismo pastorale dalla funzione prevalentemente pedagogica. Soprattutto, è ancora da scoprire e da vivere un’idea di carità non riducibile ad elemosina, assistenza, beneficenza, virtù personale. Ma tratto fondamentale della vita cristiana del singolo e della comunità. Realizzare questa carità aiutando la comunità ecclesiale ad essere compiutamente se stessa è il fine della Caritas. Il punto di partenza della sua azione, il “pulpito” da cui offre e dona la sua quotidiana “predica” sono le azioni e le opere di amore con e per i poveri. Se la Caritas non amasse, non li cercasse, non li incontrasse, non li servisse e non riconoscesse loro la dignità di soggetto pastorale essa non potrebbe svolgere il proprio compito che è quello di educare alla testimonianza di carità. ………..
Caritas: evangelizzazione e missionarietà attraverso la pedagogia dei fatti
Questa pagina si prefigge, nei limiti del possibile, di promuovere le funzioni e i compiti di un organismo pastorale, la Caritas, che vorremmo far conoscere meglio alla nostra comunità parrocchiale. Cominciamo col dire che nel 1951, su ispirazione della Santa Sede, nasce a Roma la Caritas Internationalis per assistere le popolazioni colpite nel mondo da calamità naturali o sociali. Più tardi, nel 1971, viene costituita la Caritas Italiana con decreto della CEI Conferenza Episcopale Italiana (organo che comprende tutti i vescovi italiani) con funzioni inizialmente non assistenziali, ma pastorali e pedagogiche. Alcune tappe salienti nel percorso compiuto dalla sua fondazione sono state la proposta nel 1976 dell’obiezione e del servizio civile, tradottosi l’anno dopo nella convenzione stipulata col Ministero della Difesa, grazie alla quale gli obiettori di coscienza assunsero un ruolo rilevante nei servizi promossi dalle Caritas diocesane, rappresentando anche un’efficace espressione di pace. Altra data significativa è il 1975, anno in cui si tenne a Napoli il convegno nazionale “Volontariato e Promozione Umana” nel corso del quale fu evidenziata per la prima volta l’importanza del volontariato nella società del nostro Paese. Nell’81 il documento della CEI “Chiesa Italiana e Prospettive del Paese” mise in evidenza la necessità di ricominciare “partendo dagli ultimi”, i poveri, i bisognosi, i disagiati, sottolineando l’importanza per la Chiesa italiana di muoversi secondo un piano il cui compendio era e resta “Comunione e Comunità”. Con quel documento ed altri negli anni ’90 si mise in risalto la funzione della Caritas come “osservatorio permanente dei bisogni e delle povertà”. L’opera della Caritas in quegli anni fu presente in emergenze internazionali come il ciclone nel Bangladesh nel ’91, lo smembramento della ex Jugoslavia che si accompagnò a spaventose violenze, e ancora nel Ruanda e in Somalia e così via. In Italia ricordiamo la presenza degli operatori Caritas in gravi emergenze come l’alluvione in Piemonte nel 1994, il terremoto in Umbria e Marche nel 1997 e l’alluvione nel Sannio in Campania nel 1998. Intanto, sempre negli anni ’90 si era andata delineando la necessità di istituire progressivamente ovunque una Caritas parrocchiale. Nei primi anni del nuovo millennio vengono definiti gli ambiti dell’impegno Caritas a livello nazionale e diocesano ed attuati i relativi interventi: debito estero, tratta di persone a scopo di sfruttamento sessuale, carceri, disoccupazione giovanile. Su un piano più strettamente diocesano e poi parrocchiale l’impegno negli anni dal 2000 ad oggi viene rivolto soprattutto a fenomeni sempre più diffusi quali povertà di strada, devianza minorile, immigrazione, insediamento di nomadi, ed inoltre verso un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni sempre maggiori, cioè il disagio, in varie forme e manifestazioni, nei contesti familiari. Il 2000 fu l’anno internazionale del volontariato e la Caritas sull’argomento si espresse sottolineando il valore della gratuità. Nello stesso anno si discusse sul futuro dell’obiezione di coscienza e del servizio civile dopo l’abolizione della leva militare e si giunse all’istituzione di un servizio integrato di interventi e servizi sociali, che diverrà poi servizio civile volontario. Intanto, moltissime purtroppo sono state le emergenze nel pianeta sulle quali la Caritas è intervenuta negli anni successivi: nel 2000 devastanti alluvioni in Mozambico e Golfo del Bengala, la siccità nel corno d’Africa; nel 2001 altre emergenze naturali, e poi gli attentati terroristici dell’11 settembre; nel 2002 il soccorso ai profughi dell’Afghanistan. Nel 2003 la rete internazionale della Caritas si mobilita per far fronte alle conseguenze sui civili della guerra in Iraq. Nello stesso anno si attiva per soccorrere le vittime delle distruzioni prodotte da un violento terremoto in Iran. Nel 2004 tanti gli interventi, ma il più massiccio riguarda quello operato nella vastissima area dell’Oceano Indiano colpita da disastroso tsunami nel mese di dicembre. Dal 2005 ad oggi l’impegno della Caritas a livello internazionale e nazionale nelle grandi emergenze si è intensificato e tanti sono stati i “guasti” e le calamità che l’hanno vista mobilitata. Fino a citare il più recente intervento per importanza qui in Italia: il devastante terremoto in Abruzzo di quest’anno. Insomma la rete di solidarietà delle Caritas si mobilita costantemente per fronteggiare le grandi emergenze, ma anche per monitorare le quotidiane necessità, non meno gravi, di coloro che ogni giorno vivono una situazione di disagio. A noi, qui, ora preme appunto sottolineare e soprattutto promuovere il ruolo delle “piccole” Caritas, le Caritas parrocchiali, quelle che si esprimono attraverso l’animazione pastorale nel servizio ai poveri, agli anziani soli, alle famiglie con disagi, agli immigrati, con i quali instaurare un rapporto non solo e non tanto meramente assistenziale, ma di partecipazione e dialogo. Promuovere Caritas, e quindi anche le Caritas parrocchiali, è possibile acquisendo il metodo pastorale Caritas, che si esprime attraverso tre funzioni essenziali: ascolto, osservazione e discernimento, per “animare” il territorio e la comunità. Strumenti pastorali delle Caritas diocesane in cui si estrinsecano le tre funzioni sono il Centro di Ascolto, l’Osservatorio delle Povertà e delle Risorse e il Laboratorio Promozione Caritas. In un ambito più piccolo come Caritas parrocchiali queste tre funzioni non trovano ancora un’adeguata applicazione e stentano a raccogliere la necessaria partecipazione presso la comunità parrocchiale. La Caritas è sì un cammino della Comunità pastorale ma è prima ancora un cammino personale, che passa attraverso la formazione al ruolo di animatore/operatore Caritas. Fondamentale è imparare ad ascoltare i bisogni dell’altro, orientare colui che ha un bisogno verso la ricerca della soluzione più indicata, mettere in contatto la persona che ha bisogno con i servizi presenti sul territorio, riconoscere insomma ed attivare tutte le risorse possibili. E ancora saper individuale e segnalare le emergenze, che in una comunità parrocchiale sono soprattutto emergenze di povertà e disagio sociale, per sensibilizzare e attivare tutta la comunità. In questo modo la parrocchia, lentamente, progressivamente, diviene Carità operante, attiva, efficace, concreta, e tanto più quanto maggiore è il numero di coloro che prendono coscienza dell’importanza di un cammino comune. La Caritas Parrocchiale di Anghiari, che è aperta a tutti coloro che vogliono condividere un’esperienza di carità “sul campo”, anche quest’anno partecipa al corso formativo per volontari e operatori Caritas (ed aspiranti tali), che ha lo scopo di sensibilizzare le comunità parrocchiali ai temi della carità, delle nuove povertà e dei nuovi stili di vita. Quest’anno il corso prende ispirazione da un’espressione di San Paolo tratta dalla lettera ai Romani: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto”. Esistono nel mondo gruppi sociali, precetti culturali, istituzioni e tradizioni che hanno il potere di influenzare in maniera profonda il nostro carattere e condizionare i nostri comportamenti. La ragione, di cui siamo dotati, ci rende consapevoli, liberi, responsabili e capaci di valutare e decidere.
Possiamo cedere alla pressione esercitata da quelle forze sociali e culturali e vivere secondo i loro dettami. Oppure possiamo non arrenderci e preferire una vita diversa. Possiamo cambiare il nostro atteggiamento secondo la nostra volontà. Il cristiano è parte di una comunità e, come tale, la solidarietà e poi la fraternità sono di sostegno nella scelta dello stile di vita. “Conformarsi” riguarda la nostra volontà, mentre “formarsi” col significato di “trasformarsi” rivela la necessità che nasce da un nostro orientamento interiore, che sarà decisivo per la libertà di scelta e per l’assunzione delle nostre responsabilità. San Paolo vuole dire che a motivare le nostre azioni non deve essere il dovere, il divieto esterno, ma un continuo rinnovamento interiore. Egli dice “Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare”. Per San Paolo è lo spirito del Signore che comincia ad agire sulla nostra mente in un processo di trasformazione interiore. Nella quotidiana ricerca di un equilibrio tra le nostre risorse e le risorse divine può aiutarci quella che l’evangelista Giovanni chiama la “sospensione”, cioè lo spazio dell’azione interiore dello spirito necessario prima della trasformazione, come una pausa tra le note che dà un senso alla musica, o come la necessaria pausa tra le parole, quelle dette o non dette, che dà un senso al discorso. La “sospensione”, la riflessione, il silenzio è il momento che lega la nostra consapevolezza ed attitudine alle nostre azioni. Restare nella “sospensione” è il primo requisito per lasciarsi trasformare rinnovando il nostro modo di pensare, e mettere in pratica le tre funzioni attraverso le quali si esprime il metodo pastorale Caritas: osservare, ascoltare, discernere.
Laura di Lauro
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