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Un'esperienza diretta dalle missioni in Tanzania PDF Stampa E-mail
Scritto da asinobigio   

Qualche giorno fa ho avuto l'occasione di poter intervistare la Dott. Bartolomei, impegnata da anni in prima persona nell'aiuto di alcune Missioni in Tanzania. La Dottoressa mi ha gentilmente rilasciato la sua testimonianza.


Quando si è interessata per la prima volta alle missioni?

Nel 1996 sono stata in Brasile un mese con una dottoressa dell'Ospedale pediatrico Mayer in un centro di focolarini e poi 11 anni fa, nel gennaio 97, in Africa


Come è nato l'interesse per le missioni?

Penso che tutti quelli che studiano medicina si sentano "missionari" e comunque da parte mia c'era la voglia di dare una mano e vedere paesi e realtà diverse.


Cosa è successo dopo?

Volevo tornare in una missione, ma non riuscii ad andare subito. Poi mi chiamarono Padre Angelo e Padre Virgilio, dicendomi che stavano aprendo un dispensario in Tanzania a Mlali e mi chiesero se andavo a dare una mano. Dovevo partire ad ottobre ma morì Padre Angelo e sono andata a gennaio (per mantenere la promessa).

Quando sono arrivata il dispensario era ancora da finire di costruire ed ero sola. Per una serie di circostanze mi sono fermata a Kibakwe dove ho iniziato a collaborare con i cappuccini e le suore della Misericordia di Verona.

Ad ottobre tornai a Kibakwe con un tecnico e due infermieri italiani per aprire un laboratorio.

Dopo nei vari anni aiutavamo entrambe le missioni.

Tutti gli anni portavo qualcuno e mediamente stavo 2 mesi (gli altri 1 mese), qualche volta 2 volte all'anno.


Qual'è la sua esperienza diretta?

Le missioni fanno tanto, ma c'è un grosso bisogno di aiuto. Le missioni hanno portato l'acqua, strade e forniscono un grosso aiuto sia dal punto di vista medico che da quello alimentare. Il venerdì si distribuisce il cibo e quando c'è carestia ci sono le code.

Senza la missione gli abitanti dei villaggi avrebbero una vita più dura.

Vengono a piedi al dispensario persone distanti anche 50 km, a Kibakwe anche da più lontano.

Collaboriamo anche con l'ospedale e con il dispensario del governo ma loro ogni tanto finiscono i materiali. Nei villaggi adesso c'è la corrente elettrica. Abbiamo lavorato soprattutto a Kibawke alla formazione del medico.



Quanta di questa povertà è di nostra responsabilità?

E' una cultura diversa, e la situazione di povertà è dovuta al territorio. Le missioni sono in villaggi nella regione di Dodoma, posti particolarmente poveri.


Nel villaggio che religioni ci sono?

Ci sono circa il 30% di cristiani (cattolici, luterani anglicani e alcune strane sette tipo pentecostali)

30% musulmani 30 %animisti.


L'istruzione?

Ottima nei primi anni di indipendenza, il presidente Nierere fece costruire scuole in ogni villaggio era cattolico. Oggi meno. Attualmente c'è un regime semi-socialista


Hiv?

Grosso problema, all'inizio meno, oggi tanto. Il 20% della popolazione è sieropositiva.

Nel villaggio della speranza si curano i bambini orfani affetti da AIDS.

C'è ancora un alto numero di morti per parto.


Perché i parrocchiani devono continuare a finanziare?

Abbiamo fatto tanto, soprattutto cerchiamo di far studiare tecnici e dottori e poi c'è la necessità di sistemare tutta la missione di Kibawque. Mi preme sottolineare che tutti quelli che lavorano vengono con le loro ferie e pagandosi il viaggio.


C'è il rischio di cadere nell'assistenzialismo?

No, continuano la loro vita indipendentemente dalla missione. Per quelli del villaggio della speranza non sappiamo, stanno bene nelle famiglie che li ospitano. Anche a Mlali, quando vengono ricoverati, stanno bene. Certo che quando torneranno al villaggio non si sa.

Inoltre col tempo deve subentrare il clero locale nella gestione della missione, ma non sempre le cose vanno bene.


 

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Ultimo aggiornamento Venerdì 02 Gennaio 2009 11:38