| HAITI: Quelli che non se ne vanno |
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| Scritto da abiesse | |||||
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Missionari, Suore, Volontari:
È comprensibile. Ma perché in Haiti i missionari e i volontari che vivono e lavorano con loro rimangono? Perché sono persone innamorate di Gesù Cristo e del popolo al quale la Chiesa li ha mandati. Senza una forte carica di fede non si resta per anni e anni in certi Paesi. La missione, prima di annunciare Gesù, è stare con un popolo, impararne la lingua, condividerne i costumi e lo stile di vita, amare quei fratelli e quelle sorelle, pronti a dare l’esistenza per loro, come ha fatto Gesù. In passato, negli istituti missionari si partiva 'per la vita'. I padri e fratelli del Pime destinati alla missione di Kengtung in Birmania, in territori pericolosi e selvaggi nel 'Triangolo dell’oppio' (fra Birmania, Laos e Thailandia), quando su una zattera attraversavano col cavallo il grande fiume Salween si inginocchiavano, baciavano la terra e leggevano una preghiera che dice: «Questa è la mia nuova patria. Signore dammi la grazia di amare questo popolo e di non tornare più in Italia». Oggi sono ammesse vacanze di alcuni mesi per salute e per studio ogni tre-cinque anni, ma lo spirito è quello di sempre: donare la vita a un popolo, per duro e ingrato che sia. La catastrofe di Haiti ha messo in rilievo una realtà di cui poco si parla nelle cronache quotidiane: in questa nostra Italia che viene raccontata, e in parte certo è, in crisi di umanità e di vita cristiana, ci sono famiglie e parrocchie che ancora e sempre 'generano' uomini e donne capaci di dare la vita per gli altri e a diventare con loro 'noi'. L’Italia è molto migliore dell’immagine negativa che ne danno stampa e televisione. Solo gli utenti registrati possono inviare commenti!
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Gennaio 2010 21:19 |